di Franco Botta
Una particolare posizione geografica ed una via costruita con sapienza hanno consentito agli emiliani di diventare cosmopoliti, senza doversi muovere, e di fare della loro regione una delle più dinamiche, da un punto di vista economico, e con una qualità della vita talmente buona che da sempre le città e le province emiliane sono nelle parti alte delle classifiche che vengono elaborate nel nostro paese. A rendere l’Emilia facile – ricorda infatti Edmondo Berselli in Quel gran pezzo dell’Emilia – sono state in primo luogo la geografia e poi una via consolare; a fare della Puglia una regione difficile hanno contribuito invece in tanti.
L’Italia è una penisola maledettamente lunga, con una spina dorsale fatti di monti e di colline che non sono semplici da attraversare.
La Puglia sta proprio in fondo e andare dall’Adriatico al Tirreno non è mai stato un viaggio agevole. A rendere dura la vita economica, sociale e culturale della Puglia ha contribuito anche la storia e, quando poi si sono determinate altre situazioni e alcuni dei vincoli geografici hanno perso d’importanza, per lo sviluppo dei trasporti e delle innovazioni tecnologiche, le condizioni geo-politiche hanno continuato a pesare negativamente. La regione adriatica infatti, come tutte le aree di confine, ha pagato certamente un prezzo alto in termini di sviluppo per la mancanza di vicini con cui intrecciare relazioni economiche. Solo se ci si colloca in un’ottica di lunga durata si riescono a trovare momenti nei quali per la Puglia, come per l’Emilia, è stato possibile essere un luogo d’incontro e di scambi.
Al contrario degli emiliani, gli abitanti di questa regione sono stati sempre costretti, per potere sopravvivere, ad andare lontano, in giro per il mondo. A rendere complicata la Puglia ha contribuito naturalmente anche il fatto che i pugliesi non sono mai riusciti a trovare tra di loro intese, a definire ruoli e gerarchie per le città in modo da rendere possibili specializzazioni, economie di scala e le altre buone cose che si ottengono quando si mettono in campo accordi intelligenti. (…)
La Puglia è stata da sempre e continua ad essere un insieme di regioni che convivono con un tasso di litigiosità piuttosto alto e che appare sempre più anacronistico, soprattutto alla luce di quelli che sono gli scenari che la globalizzazione sta tracciando nel mondo. (…)
L’ultimo censimento ha fotografato un territorio che ha oggi una struttura economica e sociale molto più articolata, rispetto a quella preesistente, tanto sul piano economico che culturale. Nello scenario creato dalla nuova Unione Europea i dati statistici dicono inoltre che non siamo più in presenza di una regione arretrata, ma che in Europa siamo una regione a sviluppo intermedio, dove si possiedono saperi antichi, moderni e avanzati.
Siamo un territorio nel quale lo sviluppo è legato in definitiva meno alle risorse esterne e più alla capacità di usare bene quelle che ci sono. Il futuro della regione non dipende dunque solo dall’introduzione di nuove tecnologie o dalla trasformazione in senso industriale di processi produttivi, inseguendo in forme acritiche una modernità altrui.
In molti casi il successo possibile per l’insieme delle regioni pugliesi è connesso alla capacità di mettere in campo strategie che consentano il mantenimento in vita e la valorizzazione di forme artigianali di produzione e di sistemi piccole imprese, nel cercare di essere competitivi meno dal lato dei costi e più da quello della qualità dei nostri prodotti e servizi e nel cercare nuove e diverse nicchie di mercato.
L’economia e la società hanno attraversato un processo di differenziazione qualitativa e, accanto ad un terziario moderno e avanzato, vi sono più culture e molte più risorse di un tempo. Esistono le condizioni che consentono di ridefinire le nostre strategie di sviluppo. A questo ripensamento del modello di sviluppo che ha dominato in regione siamo spinti anche dal fatto che si è entrati in una fase molto diversa del ciclo economico internazionale: si è e si resta competitivi solo se le nostre capacità produttive diventano più attente alle qualità che alle quantità prodotte.
Tutto questo comporta che molte pratiche e molti punti di vista consuetudinari vanno rimessi in discussione, la nostra stessa identità va ripensata in quanto costituisce ormai solo un ostacolo all’avvio di nuove sperimentazioni. Servono nuove idee e nuove competenze, bisogna mobilitare risorse reali ma anche individuare valori capaci di generare aspettative e l’affermarsi di nuove consuetudini. L’energia individuale e sociale che esiste in Puglia – e che la vecchia identità ha contribuito a creare e a mobilitare – va salvaguardata, ma per potere restare utilmente in campo deve trovare nuovi obiettivi di sviluppo e rinnovare le proprie risorse identitarie.
Il fatto che la Puglia sia una regione di regioni costituisce in questo caso un vantaggio perché esistono più tradizioni e risorse diverse che trovano oggi – nella nuova situazione – uno spazio che prima non avevano. Il declino di Bari e il successo di Lecce e di altre città pugliesi e molti degli altri novità che si sono prodotte in questi ultimi anni devono essere lette anche in quest’ottica.
La cosa più importante nella vita – e questo vale sia per i singoli che per le collettività – è diventare qualcosa di diverso da quello che si è o si è stati in passato. Bisogna dunque che ci si sforzi sempre di apprendere cose nuove, attraverso un processo che richiede naturalmente una costante riflessione sulle scelte fatte in passato.
Come pugliesi si deve mantenere ferma l’idea che tutto ciò che enorme è brutto e devastante per i luoghi e i territori della regione: l’Italsider va considerata una cosa mostruosa, un’esperienza che non deve più essere ripetuta, neppure in altri settori.
Anche quando si progettano porti turistici, insediamenti alberghieri, strutture del tempo libero o nuove industrie, occorre non dimenticarsi di Taranto. Possiamo competere territorialmente, sapendo di essere stati un popolo di formiche, per riprendere Tommaso Fiore, e che possiamo diventare altro, ma mai balene o elefanti, se ragioniamo in un’ottica di medio-lungo periodo. Nel mondo degli insetti le metamorfosi sono certamente possibili ma avvengono entro confini precisi, come ci suggerisce Paul Omerod che, partendo dal comportamento delle formiche, analizza quello delle società e delle economie. In questo senso dovremmo forse ragionevolmente lavorare per la messa in campo di risorse identitarie che siano di aiuto per delle ex-formiche che vogliono diventare altro, magari delle farfalle. Poiché non vogliamo e neppure possiamo diventare enormi, che si può competere bene, se si riesce ad organizzarsi, a costruire delle reti corte o medie – e quindi interne alla Puglia o con le altre regioni e con i paesi adriatici – ma anche lunghe, con realtà lontane, se questi nodi e relazioni servono per dare nuova forza ai sistemi locali che esistono e a quelli che dobbiamo necessariamente creare.
Sul piano identitario dobbiamo recuperare, coltivare o creare ogni cultura che può contribuire a mantenere in vita un’idea di bellezza che esiste nel territorio, pensando – come James Hillman – che enorme è brutto e che siamo sempre stati – per cultura – incapaci di progettare e di realizzare strutture fuori misura.
Quello che è un dato del nostro paesaggio e della nostra tradizione – verificabile facilmente, se solo si pensa ai sistemi urbani esistenti in Puglia, costituiti da reti di piccole città o al modo con cui sono state modellate le campagne dal lavoro contadino – deve di nuovo essere considerato un fatto virtuoso e ridiventare senso comune tra le genti.
Abbiamo bisogno di un diverso modello di sviluppo che ci consenta di rimarginare le tante ferite mostruose che oggi esistono nel territorio pugliese. Una cosa questa che richiede contemporaneamente sia il recupero di una memoria e sia la produzione di nuove idee e progetti. Un’identità è in declino ed una diversa è in costruzione, le città e le regioni pugliesi sono di nuovo in competizione per l’egemonia.
L’essere la Puglia storicamente una regione debole – un insieme di realtà economiche e culturali – costituisce, lo si è già detto, certamente un vantaggio, ma quello che accadrà dipenderà molto anche dal modo con cui si riuscirà a definire delle strategie attente alle diversità territoriali; esse dipendono molto dalle classi dirigenti e in questo contesto un ruolo importante tocca naturalmente dagli attori politici locali.
La geografia politica della regione è largamente nuova e mostra dinamiche inedite. Si tratta comunque di processi non consolidati e franosi. Ogni scadenza elettorale rende obsolete le mappe che sono state appena costruite ed obbliga ad elaborarne di nuove. (…)
Franco Botta (per gentile concessione della rivista “Italianieuropei”)


